Scriviamo di meno ma scriviamo meglio. La comunicazione scientifica secondo Daniele Banfi

Scriviamo di meno ma scriviamo meglio. La comunicazione scientifica secondo Daniele Banfi
Febbraio 21, 2021 cast4

Secondo Daniele Banfi la situazione è seria: la comunicazione scientifica viene fatta troppo ma molto male. Non si investe su professionalità adeguate e i grandi editori non credono nella qualità. Tutto questo per inseguire il trend del momento e monetizzare con qualche click inutile.

Daniele Banfi è un giornalista scientifico raro. Ma non per quello che si potrebbe pensare. È raro perché, dopo una laurea in Biologia e una in Genetica, si è specializzato nella comunicazione. Insomma ha una formazione scientifica ma anche una formazione giornalistica. All’estero è normale. E forse è arrivato il momento che diventi la normalità anche in Italia.

Partiamo subito con una domanda bomba, Banfi, prendendo a pretesto questo tuo tweet:

Secondo te siamo di fronte a un’emergenza informativa?

Assolutamente sì. Siamo di fronte a un’emergenza informativa generale ma che si riscontra soprattutto nel campo di cui mi occupo: la salute.

Sicuramente il problema è duplice. Da un lato c’è l’informazione fatta dai media tradizionali, che purtroppo è, spesso, un’informazione di qualità abbastanza scarsa. Un’informazione fatta un po’ male, ma senza la volontà precisa di disinformare. Più che altro per scarsi investimenti e poca valorizzazione delle professionalità. Dall’altro, invece, come si citava prima con il tweet, ci sono delle trasmissioni – sicuramente più di nicchia, sicuramente che non fanno parte dei grandi network – che però fanno disinformazione con l’obiettivo preciso di fare disinformazione e dare spazio a persone che poi guadagnano su quello che viene detto. È questo il caso di Di Bella. Ma c’è anche il caso di Panzironi con una sua rete – addirittura – fissa, e tanti altri.

Rimaniamo sul primo lato, per ora, quello della disinformazione – diciamo – dovuta alla sciatteria e alla pigrizia o alla mancanza di cultura scientifica, se non di cultura vera e propria. Sembra che l’emergenza da 19 abbia un po’ inceppato il meccanismo della comunicazione scientifica che già di suo aveva forse alcuni problemi. È una mia impressione?

È difficile fare un‘informazione corretta perché, a mio parere, siamo travolti dalle notizie. Siamo di fronte a un giornalismo ormai tutto “breaking news”. L’approfondimento quasi non sembra più esistere. Quindi, inondati da breaking news sul Covid-19, facciamo fatica a contestualizzare il messaggio. Spesso le notizie sul Covid-19 sono delle non-notizie. È inutile continuare a buttare fuori sui giornali notizie di studi improbabili fatti su tre persone giusto perché bisogna parlare di Covid. Di conseguenza – proprio per il meccanismo sbagliato del “giornalismo breaking news” – non riusciamo a fare un’informazione corretta. Io dico sempre: «Forse dobbiamo scrivere meno ma scrivere meglio». Ecco questo è proprio il senso, soprattutto in questo momento storico, del giornalismo scientifico, dove purtroppo chi in realtà cerca di fare corretta informazione viene sempre messo un po’ negli angoli. Perché le logiche sono queste: quando una notizia assume caratteri di rilievo nazionale e internazionale, il giornalista scientifico non è più considerato perché tanto ci sono le grandi firme che possono commentare cose che non conoscono assolutamente.

Mi vengono in mente le notizie di persone che hanno perso il Covid un giorno dopo aver fatto il vaccino. Eppure qualsiasi articolo scientifico dice che perché il vaccino abbia effetto deve passare un certo periodo di tempo o, in molti casi, è necessaria anche la seconda dose.

Esattamente. Infatti queste sarebbero notizie da non dare perché sono non-notizie. Ad esempio un anziano morto in casa di riposo a 95 anni tre giorni dopo essere vaccinato. Aveva 95 anni: il vaccino non è stata la causa della morte. Però, perché dare una notizia del genere? Poi ovviamente si propaga in maniera virale e le persone non leggendo la notizia nel suo contesto – che spiega che effettivamente il vaccino non funziona prima di 14 giorni – percepiscono solo “è morto dopo il vaccino quindi io non lo faccio”. Capite che veramente non ne usciamo più. Ecco, questi giornalisti dovrebbero mettersi la mano sulla coscienza. Mettere on line questa notizia significa far scoppiare una bomba sociale.

La questione a cui accennavi prima – le continue breaking news – mi sembra legata a un altro fenomeno di cui il mondo scientifico forse soffre particolarmente: l’infodemia, cioè la sovrabbondanza di informazione, perlopiù tirata su “un tanto al chilo”, nella quale diventa davvero difficile orientarsi.

Sì, assolutamente. Penso sia questo, fondamentalmente, il problema. Compito del giornalista scientifico è proprio quello di discernere e cercare di raccogliere solo le informazioni necessarie in questo mare magnum di pubblicazioni a volte – anzi, nella stragrande maggioranza dei casi – di livello molto basso. E secondo me oggi c’è molto da lavorare.

Il lavoro del giornalista – e in particolare del giornalista scientifico – è fondamentale, perché credo sia fondamentale saper discernere cosa è pubblicabile e cosa no, cosa è notizia e cosa non è una notizia, cercando di sentire più voci. Perché, ad esempio, è inutile far commentare la risposta anticorpale a un virologo. Un virologo si occupa di virus. Un immunologo, piuttosto, riuscirà a spiegarci come funziona. Il giornalista mette insieme tante tessere di un mosaico per poi cercare di dare la notizia che più si avvicina alla realtà. Però adesso il punto è proprio questo: c’è troppa informazione. Forse è il caso di dire «fermiamoci un attimo; cerchiamo di valutare meglio cosa viene pubblicato». Facciamo un’informazione più approfondita. Tanto sapere che ogni giorno aumentano i casi o diminuiscono ormai lo abbiamo imparato da un anno: non ha nessun senso. Se un giorno non ci sono notizie sul Covid, non si danno.

A volte sembra che i giornalisti siano molto carenti di cultura scientifica – per non dire di cultura in generale, ma di cultura scientifica in particolare. Mi viene in mente un atteggiamento molto indicativo. Ci sono alcuni studi scientifici che sono ancora in corso o che sono ancora in corso di revisione e pubblicazione. Oppure ci sono dei paper che semplicemente si basano su presupposti falsi o non sono accettati dalla comunità scientifica. Però sembra che i giornalisti proprio non riescano a distinguere ciò che è accettato dalla comunità scientifica da ciò che invece non lo è o è ancora in corso di elaborazione.

Racconto un aneddoto brevissimo. Gli approfondimenti di salute, o comunque le notizie di salute, sui giornali, ci sono più o meno da una trentina d’anni a questa parte. Prima alla salute non veniva data una grande importanza. Invece adesso siamo passati all’opposto: si parla di salute un po’ ovunque. E ricordo una delle prime persone con cui ho lavorato, uno dei fondatori del Corriere Salute, l’inserto salute del Corriere. Quando chiedeva «ma come mai questi giornalisti arrivano alla sezione salute?», gli si rispondeva «li hanno messi qui perché almeno danno non fanno».

Ecco, questo era il senso. Vai alla sezione salute così almeno danni non fai, perché tanto al massimo parlavi di verruche o di dermatologia, cosa succedeva se sudavi o se prendevi freddo. Il problema è che ora abbiamo imparato che l‘informazione scientifica è fondamentale nell’orientare, spesso, delle scelte importanti. Purtroppo negli anni le professionalità non si sono granché aggiornate, perché i giornalisti scientifici con basi e con studi in facoltà scientifiche sono molto pochi. Bisognerebbe investire invece su questo tipo di professionalità. Poi, per carità, ci sono dei giornalisti che non hanno basi scientifiche ma sono molto bravi, si impegnano e se le creano nel tempo. Questo però è difficile. Ci vuole studio. E nella stragrande maggioranza dei casi purtroppo non si è mai investito nella figura del giornalista scientifico, tant’è vero che nei principali giornali le redazioni di salute sono composte soprattutto da freelance. E qui vengo a toccare il punto dolente: se si vuole fare un’informazione di qualità, l’informazione di qualità la si deve pagare. Non si può pensare di avere dei contenuti di qualità a delle cifre che dire ridicole è un complimento. Non può essere pagato la stessa cifra un articolo dove io copio in giro da un comunicato stampa e un approfondimento sulle varianti virali. Bisogna investire in qualità.

Quindi si tratta di mancato riconoscimento delle professionalità.

Assolutamente. Tant’è vero che, spesso, noi che ci occupiamo di salute cerchiamo di fare divulgazione e giornalismo anche su canali paralleli. Sui social, per esempio. Ma non monetizziamo nulla: lo facciamo in maniera totalmente gratuita. Però abbiamo un certo seguito di persone che dicono «grazie che ci siete voi a contestualizzare». Questo, tuttavia, non è percepito dai grandi editori come un qualcosa su cui investire.

Possiamo dire che una figura come la tua, con la tua formazione solidamente scientifica è rara nel panorama giornalistico italiano

Sì, lo è. C’è da dire una cosa, però. Negli anni in cui io ho iniziato io a fare questo lavoro – il 2010–11 –, c’erano poche persone che uscivano dalle facoltà scientifiche e poi vedevano la mia strada. Negli ultimi anni questa cosa si è invece intensificata. Vuoi per – diciamo – minori possibilità di lavorare nei laboratori di ricerca – allora ci si reinventa – o vuoi perché effettivamente molti hanno capito che ci vogliono persone che abbiano visto un po’ cosa significa fare scienza, come funziona la ricerca. E poi cerchiamo di comunicarla in maniera corretta. Quindi io ho fatto questa strada.

Bisogna dire, però, che anche tra l’opinione pubblica – e non solo tra i giornalisti – la cultura scientifica è piuttosto scarsa.

Questo sicuramente. Ed è un problema. Noi, come Fondazione Veronesi, ci siamo dati anche questo obiettivo: sensibilizzare le persone sui temi scientifici, in particolare nella scuola. Andiamo spesso, infatti, nelle classi a fare delle lezioni. Portiamo anche i ricercatori a parlare di scienza e di quello che fanno. Cerchiamo di avvicinare la scienza alla società civile. Lo facciamo in tanti modi, come per esempio dei corsi per gli insegnanti. Perché il punto è che non c’è solo un’ignoranza scientifica; c’è anche una diffidenza dovuta alla mancata conoscenza. Penso ad esempio alla questione vaccini. È vero: ci sono i no-vax, quelli oltranzisti. Quelli non li convincerai mai. Però ci sono soprattutto tante persone desiderose di conoscere, di sapere qualcosa in più su questi strumenti, ma po non trovano mai le risposte. Soprattutto nei professionisti. I medici, ad esempio. Capita a tutti di portare il figlio a fare la vaccinazione: se provi a fare una domanda, hai magari il medico che ti risponde male o che non ha tempo. Ecco perché è fondamentale che ci siano delle figure di giornalisti nelle fondazioni, negli ospedali, negli enti di ricerca. Giornalisti che facciano buona comunicazione, proprio per venire incontro a questa domanda di sapere delle persone che a volte, una volta rassicurate, si convincono della bontà di questo approccio e quindi della vaccinazione.

È vero che, in questi mesi di pandemia, abbiamo anche visto virologi dare spesso risposte contrastanti. Il metodo scientifico, però, non è fatto di verità che si accumulano ma di ipotesi smentibili.

Sicuramente. Diciamo che, a partire dalla scuola, secondo me si insegna molto poco il metodo scientifico. E questo poi ce lo portiamo dietro negli anni. C’è da dire, però, che a volte certe affermazioni – tra virologi, epidemiologi e quant’altro – io le ritengo più frutto di narcisismo, da un lato; e dall’altro del voler essere visibili e cavalcare l’onda di alcune decisioni. È vero che a febbraio-marzo dell’anno scorso non sapevamo nulla di questo virus, ma c’era chi si esprimeva già in maniera tranchant, pensando di sapere un po’ tutto. Ma il metodo scientifico è fatto di prove. La scienza si aggiorna giorno dopo giorno. Ciò che valeva dieci anni fa non vale più. Queste cose purtroppo è difficile insegnarle, ma credo sia fondamentale partire proprio dalla scuola. Poi contro il protagonismo di alcune persone non si può fare niente. Io investirei proprio nella scuola.

A questo punto farei una riflessione sul lavoro della Fondazione Veronesi, che fa un opera di divulgazione molto ampia. Basti pensare che la sezione del sito dedicata alle notizie si chiama proprio Magazine. Il che fa, diciamo, pensare che sia una cosa che va oltre la Fondazione, che ti informa a trecentosessanta gradi. Può essere un esempio utile da seguire per molti altri tipi di istituzione, secondo te?

Diciamo che adesso sono di parte. Dico brevemente come è nata questa idea. Due obiettivi: da un lato fare raccolta fondi e sostenere la ricerca scientifica; dall’altro, fare corretta divulgazione. Poi capendo le potenzialità del web, abbiamo deciso, nel 2011 più o meno, di mettere in piedi un giornale online vero e proprio, un magazine di informazione sulla salute. Sia, come si fa spesso, per attrarre più persone al sito, ma anche per assolvere appunto al problema di fare corretta informazione. Credo che insieme all’Humanitas siamo stati tra i primi a fare una cosa del genere. Io credo sia fondamentale che più realtà comincino a farla proprio per venire incontro alle necessità che ci dicevamo prima.

Devo segnalare che in questo campo c’è un vuoto totale nel settore pubblico. Se andiamo su qualsiasi sito delle Asl o degli ospedali pubblici, a volte non sono neanche ottimizzati per lo smartphone. Per dire, trovo ancora il vecchio sito. Ecco, secondo me c’è da lavorare tantissimo perché si può fare corretta informazione soprattutto grazie a questi strumenti. E penso soprattutto a realtà che avrebbero tantissimo da dire.

E qui veniamo al ruolo di aziende come la nostra.

Assolutamente secondo me le aziende come la vostra potrebbero essere proprio quelle che forniscono questo servizio. Dato che molti enti, per tempo e scarse capacità organizzative, non riescono a organizzare una redazione interna o un ufficio comunicazione interno serio. Sono più che mai fondamentali queste attività.