L’imprevedibile virtù dell’ignoranza

L’imprevedibile virtù dell’ignoranza
Febbraio 20, 2015 cast4

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La mediazione di chi tiene in mano la cultura è una nostra fissa da tempo.  Ci ribelliamo alle mediazioni ed è per questo che scriviamo storie con impegno, con autocritica, con umiltà, ben consci delle nostre ignoranze da colmare, ben consci delle nostre virtù.
Questo giro la storia l’ha scritta un regista messicano il cui film, Birdman ha collezionato otto nomination. Birdman narrativamente è una tempesta che ti travolge sin dalla prima sequenza, ti fa tirare il fiato alla pausa tra il primo e il secondo tempo, giusto per chiederti quali e quante volte quel regista messicano avrà pronunciato la parola “cut!” durante le riprese, per poi riprendere e tramortirti fino alla fine. Questo per quanto riguarda il ritmo che è veramente inarrestabile. Piani sequenza uno dietro l’altro, una direzione di attori feroce, un affiatamento con l’operatore di ripresa millimetrico. E fin qui la tecnica, o meglio il trattamento, per stare nel nostro. Ma la storia, ragazzi, che storia! E i personaggi, che personaggi!
Michael Keaton è Riggan Thomson, una star di Hollywood la cui carriera si è fermata al terzo episodio di una saga da supereroe negli anni ’90 (Birdman, appunto) e che vuole riscattare, come la propria vita, del resto, attraverso la produzione di uno spettacolo teatrale su un adattamento di un testo nientemeno che di Raymond Carver, ovvero l’icona dell’impegno letterario americano.
Ne abbiamo letto una metafora potentissima sul desiderio di riscatto dalla mediocrità di un uomo che si sta giocando la fine della partita sapendo di doverla rimontare, che non vuole finire vittima dell’immagine custodita dal suo pubblico, ormai invecchiato anch’esso, che non vuole essere ignorato dai più giovani, che non lo hanno mai conosciuto nelle vesti dell’eroe alato e che, forse, avrebbero più strumenti per leggerlo come persona dei suoi coetanei (il rapporto del protagonista con la figlia in questo senso è emblematico). Insomma, quella che da diversi cosiddetti critici è stata bollata come una storiella banale, diventa per noi lo stratagemma per raccontare di una società che non può fermarsi alla crosta dello showbiz, ai post (come questo) sui social e ai video su youtube, ma che pone il tema di essere pienamente se stessi, rispetto alle possibili vite prét-a-portér che se sei fortunato le circostanze ti mettono nell’armadio e che, se non lo sei, sei costretto a inseguire fino alla fine come vite vissute da altri.

Un doppio finale che il film non merita (qualche metro di pellicola in meno e sarebbe stato giusto così) chiude la visione. Dopo averlo visto viene voglia di iscriversi a un corso di sceneggiatura, poi si desiste subito, per non farsi prendere improvvisamente dalla depressione.