I nuovi media e la percezione della complessità

I nuovi media e la percezione della complessità
Aprile 1, 2021 cast4

Infodemia: di nuovo lei

Partiamo da un problema molto serio che abbiamo già in parte affrontato: l’infodemia. Abbiamo anche visto come questo si leghi indissolubilmente con la propagazione delle fake news. Per capire come funziona, osserviamo il grafico qui sotto, uscito su Nature Human Behaviour.

© Nature Human Behaviour

Account umani (i cerchi) e non umani (i quadrati) partecipano alla diffusione di notizie in un social network. Alcuni utenti (A e B) creano contenuti inaffidabili, come notizie false o non attendibili o affermazioni non supportate, mentre altri (C) creano contenuti informati da fonti affidabili. Quando un tema attira l’attenzione di tutto il mondo, come nel caso della COVID-19, il volume delle informazioni che circolano rende difficile orientarsi e identificare le fonti affidabili. Infatti, alcuni utenti (D) potrebbero essere esposti solo a informazioni inaffidabili, mentre altri (E e F) potrebbero ricevere informazioni contrastanti e diventare incerti su quali informazioni credere. Tutto ciò si aggrava quando coesistono più processi di diffusione, e alcuni utenti potrebbero essere esposti più volte allo stesso contenuto o a contenuti diversi generati da account diversi.

Tecnologia e qualità: un binomio possibile

I fattori che intervengono, come si può vedere, sono di due tipi. Il primo riguarda sostanzialmente la troppa informazione, per lo più orientata alle “breaking news”, alle notizie “un tanto al chilo” messe in circolazione per generare click baiting. L’altro ha a che vedere direttamente con la disinformazione vera e propria, fatta coscientemente utilizzando alcuni appositi strumenti tecnologici (i bot) e orientata a favorire la visibilità e il consenso di alcuni particolari e spregiudicati personaggi pubblici o politici. Quasi superfluo da esplicitare: tutto questo ha direttamente a che vedere con la diffusione di nuovi media e mezzi di informazione e con la sempre più massiccia digitalizzazione delle relazioni.

Naturalmente – e non è solo un luogo comune – il problema non è la tecnologia, né il digitale, ma come ci approcciamo a essa e quanto siamo culturalmente preparati ad affrontare le conseguenze della sua azione.

In altre parole, la tecnologia permette una rapida e massiccia diffusione di contenuti e informazioni. Si tratta di un flusso enorme di dati per gestire il quale devono intervenire degli algoritmi e altri strumenti che normalmente facciamo rientrare sotto la grande etichetta di AI, intelligenza artificiale. Questi strumenti – si pensi solo al motore di ricerca Google, ai suoi spider e ai suoi algoritmi – cercano di interpretare le nostre richieste e restituirci una selezione di contenuti ordinati secondo una gerarchia che dovrebbe coincidere con le nostre domande. Ovviamente le cose non sono così semplici. Almeno non allo stato dell’arte. I criteri che usa Google si basano su quei principi che normalmente, quando scriviamo contenuti per il web, riconduciamo alla SEO e, più generalmente, alla popolarità delle pagine. Si tratta di criteri che – come si vede bene – non necessariamente restituiscono una selezione e una gerarchia orientate alla qualità.

Un problema di formazione e di bias cognitivi

Si aggiunga poi che, molto spesso, gli utenti o non sono abbastanza formati per distinguere i contenuti affidabili e fatti bene da quelli inaffidabili e fatti male, oppure utilizzano strumenti intellettuali risalenti all’era pre-web.

Questi strumenti riguardavano principalmente la fiducia nei mezzi di informazione. Le informazioni, prima del web 2.0, erano tendenzialmente affidabili perché lo era chi te le forniva; seppur con numerose e note eccezioni, naturalmente, e salvo i casi di precisa volontà di disinformare, come avveniva nei regimi dittatoriali fascisti o comunisti (George Orwell ha costruito la sua produzione letteraria e giornalistica su questo).

Ecco, adesso succede spesso – soprattutto tra i boomer, come dimostrano varie indagini sociologiche – che ci si affidi a fonti di informazione che non hanno alcun titolo per essere ritenute affidabili e che sono appositamente costruite in modo da alimentare un certo vittimismo autoassolutorio e da abbattere la sensazione di ignoranza che si prova di fronte alla complessità del reale.

Si tratta di meccanismi cognitivi molto noti per cui si tende a ritenere vero ciò che conferma le proprie idee (bias), oppure le narrazioni in cui si risulta vittime di un complotto organizzato ai propri danni, oppure ciò che risulta semplice e lineare nelle spiegazioni.

Disintermediazione e contenuti

Insomma, per usare altre parole, da quando si è palesata quella che si è soliti chiamare “disintermediazione” (in questo caso in materia di editoria, informazione, giornalismo) si sono alimentati quei fenomeni ideologicamente violenti che tendono a radicalizzare l’opinione pubblica sul modello della tifoseria calcistica. Tutto diventa emozione, il dibattito si insterilisce, nonostante lo stesso web fornisca immense, e un tempo impensabili, possibilità di comunicazione peer to peer, senza mediazioni, appunto. Parliamo di social network ma non solo: anche giornalismo, blog, radio, podcasting.

Il punto, ancora volta, è che ci sono troppi contenuti nel mare di internet. Troppi contenuti fatti per lo più male. Quando si pesca in questo oceano dall’apparenza serena, si finisce molto spesso per raccogliere spazzatura. Solo che questa spazzatura ha la forma del pesce buono: spigole, orate, seppie e calamari che poi messi in padella si rivelano essere solo ammassi di cartacce e plastica. Molti non se ne accorgono neppure dopo averli mangiati: si avvelenano e diventano violenti, tifosi e talebani. Altri se ne accorgono ma reagiscono perdendo fiducia in tutto. Solo pochi altri – molto pochi – impiegano gli strumenti della filologia e della critica per distinguere, già durante la pesca, il pesce buono da quello cattivo. E continuano la cernita anche in cucina, senza mai perdere la fiducia. E alla fine mangiano dell’ottimo pesce. Perché questo è un altro dato, spesso messo in ombra: in internet si trovano anche ottimi contenuti. E, soprattutto, è molto facile – ma bisogna acquisire il metodo critico – controllare questi contenuti. Controllarne l’affidabilità, la rispondenza alle fonti, la completezza, …

Ecco, tutto questo per dire che disintermediazione non vuol dire necessariamente bassa qualità. Anzi. Il problema è che dobbiamo essere preparati.