Edutainment: il risveglio di una parola rimasta sopita a lungo

Edutainment: il risveglio di una parola rimasta sopita a lungo
Luglio 3, 2020 cast4

Un paradigma che rompe le barriere della formazione ed entra a pieno titolo nella comunicazione

Ogni volta che sentiamo parlare di edutainment, immaginiamo percorsi educativi basilari, elementari, composti da moduli di formazione che non riteniamo possano scalfire la profondità della conoscenza perché limitati al trasferimento di nozioni molto semplici. Lo facciamo perché siamo, con tutta probabilità, influenzati dalla convinzione che per entrare nel cuore dei problemi e della conoscenza occorra grande fatica e studio, valori che appartengono a una concezione della cultura aristocratica ed elitaria. Senza dichiarare superato completamente questo modello (la perseveranza, lo studio, l’applicazione sono per noi ancora valori molto importanti), possiamo comunque guardare oltre i vecchi modelli educativi e salutare con favore un metodo di apprendimento che parte dal presupposto che divertimento e conoscenza non siano necessariamente in disaccordo. Che cos’è l’edutainment dunque? Cominciamo a evitare di associarlo a contenuti di scarsa qualità o “leggeri”. Al contrario l’edutainment è uno strumento potentissimo capace di innestarsi nel bouquet tecnologico di strumenti che abbiamo per interpretare la realtà. Non possiamo più fare a meno del web per reperire le informazioni, e la competitività in questo ambiente digitale è diventata feroce, laddove le informazioni vengono proposte con richiami alla nostra attenzione sempre più sottili. Cadiamo in trappola facilmente di annunci roboanti che fanno leva sulla nostra curiosità e ci ritroviamo ora con contenuti interessanti capaci di arricchire il nostro bagaglio, ora con inevitabili flop che attentano alla gestione del nostro tempo. Connettere la sostanza alla modalità che più facilmente stimola il nostro cervello è dunque un esercizio fondamentale e imprescindibile per fare comunicazione, un presidio del marketing che oggi è legato a doppio filo con il trasferimento di conoscenza. Se il mio prodotto-servizio è ottimo, ho la necessità di comunicarne il perché in maniera dettagliata, per evitare il rischio di non trasferire correttamente il valore del mio “purpose”, dei moventi che guidano il mio operato (parlo di me ma penso a un’azienda, ovviamente). Ciò che in passato avrei risolto con un leaflet in grado di elencare compiutamente i benefit del prodotto oggi non è più sufficiente. Rimarrebbe nel limbo delle parole non lette e che difficilmente riescono a scalfire il muro di distrazione e di affollamento di messaggi. Pensiamo a un mercato saturo, nel quale un prodotto di qualità è dato per scontato, dalla passata di pomodoro al televisore lcd. Se devo entrare nello specifico di ciò che mi differenzia voglio spiegarlo in modalità ingaggiante, coinvolgente, divertente.

Ecco perché l’edutainment è entrato a pieno titolo negli strumenti utilizzati per la comunicazione d’impresa. Aziende e organizzazioni hanno sempre più necessità di spiegare, trovare moventi, indicare visioni. E per farlo devono offrire strumenti di interpretazione della realtà che siano convincenti e… per carità, non troppo noiosi, capaci di ispirare.

Edutainment e storytelling sono i due cavalieri che si uniscono per rilanciare comunicazione e formazione, senza inventare nulla, semplicemente offerendo un approccio sistemico a una pratica per molti istintiva (penso agli artisti e agli entertainer). In fondo la divulgazione efficace è sempre stata caratterizzata da storie coinvolgenti raccontate in modalità intrattenitiva!

La comunicazione d’impresa si è trasformata grazie allo storytelling. Dalla propaganda all’informazione entra in gioco l’edutainment

Una volta il reparto di un’azienda deputato alla comunicazione si chiama “ufficio immagine e pubblicità”. Un’espressione che si adattava bene alla percezione culturale che offriva la comunicazione pubblicitaria. Dare un’immagine di sé, spesso non coincidente con la realtà, allo scopo di rappresentare un sogno, un’aspirazione, dando una risposta fantastica a esigenze semplici dal punto di vista dell’apprendimento: le figure, le allegorie, le metafore, intese come immagini dei nostri bisogni. Non importava come i prodotti fossero fatti, l’impatto sociale e ambientale, l’obiettivo personale di coloro che si adoperavano per mettere a disposizione tutti quei beni. Cambiando la società, aumentando la competizione, il valore immateriale dei prodotti-servizi ha sempre assunto più importanza. Il prodotto ha lasciato parte del suo appeal al brand e a tutto il mondo valoriale che questi rappresentava agli occhi e alla fantasia del consumatore. Il rapporto con il brand ha quindi monopolizzato l’attenzione, al di là del benefit sostanziale di ciò per cui eravamo disposti a spendere. In un contesto simile lo storytelling ha avuto la capacità di rappresentare questo universo immateriale, di offrirne un senso narrativo, di posizionare il brand in un sistema di valori nel quale poterci riconoscere e accettare la compresenza di una serie di marchi con i quali identificarci.

Senza dichiarare finito il tempo dei brand, il baricentro si è spostato, negli ultimi tempi, in un ambito puramente valoriale, facendoci ritornare alla sostanza delle cose. Al prodotto in quanto oggettivante di quel sistema di valori. Un prodotto creato in un certo modo, rispettando il contesto, le persone, gli animali, seguendo un’etica della produzione e così via. Un prodotto che risponde anche a una visione di noi stessi in un contesto in continua trasformazione. Siamo esistenze in viaggio verso il cambiamento e ci accompagnano strumenti tecnologicamente avanzati di cui sappiamo poco o niente, ma che usiamo con disinvoltura per ore ed ore. Sono loro gli attivatori dei nostri nuovi meccanismi cognitivi. Sono diventati parte, anche se esterna, della nostra sensorialità. E chiedono di attivare relazioni di comunicazione veloci, istantanee, piacevoli, coinvolgenti. Chiedono edutainment.

Siamo seri: mettiamo al centro il gioco e la gioia della scoperta

Non c’è nulla di male se il gioco ritorna a farci emozionare. Coltivare la nostra curiosità, la capacità di meravigliarci, non può essere definito un processo regressivo, anzi. È un momento di pura creatività che ci permette di astrarci dalla logica stringente e di attivare visioni laterali, meccanismi di interpretazione della complessità che stanno in piedi proprio perché non si scontrano con la difficoltà di definire un fenomeno con il rapporto di causa-effetto. Giocare a “facciamo che” dischiude pertanto opportunità, ci invita ad alleggerire la presa, a delineare nuove soluzioni. L’edutainment vuole offrire modelli di apprendimento diversi, nuovi, dove c’è spazio per l’imprevisto, dove ogni informazione è un’offerta da prendere in considerazione, dove – mutuiamo un linguaggio da attori improvvisatori – il “si grazie” è sempre benvenuto e il parere dell’altro è sempre un dono.

L’edutainment eleva questo modello a sistema e non è affatto in conflitto con l’immersione nella realtà, valore per noi irrinunciabile dell’indagine e del rigore nel rispetto dell’informazione.

La gamification è una brutta parola, lo ammettiamo, ma va anch’essa presa per quello che è:  un pezzo del percorso che ci aiuta a ricordare, a incasellare nel cervello, a conoscere. Il punto è che si tratta di elementi di un unico organismo intellettivo. Gamification di per sé è una parola che sintetizza un processo che è fatto di contenuti e di percorsi cognitivi complessi pensati per colpire tutti i sensi (o quasi). Alla fine la verifica dell’apprendimento si ottiene grazie a moduli che ci mettono alla prova e stimolano la nostra competitività con noi stessi. Usiamo tutti questi strumenti insieme ai linguaggi che ci appassionano: il video, la musica, il sonoro, le parole e otterremo quanto di più potente possiamo oggi immaginare in ambito comunicativo. Ci siamo, è l’era dell’edutainment.

Il mondo della formazione ha sete di normalità e di futuro

Possibile che trascorriamo gran parte della nostra giornata appresso a un dispositivo tecnologico con il quale ci informiamo, interagiamo con i nostri amici, lavoriamo, comunichiamo l’idea di noi stessi (alla fine ciascuno di noi arriva a percepirsi in quanto brand) e solo nella formazione e nello studio le modalità restano quelle di venti, cinquanta, cento anni fa? Una riflessione che ci stimola a comprendere il perché di questo gap evolutivo, rispetto a un sistema che pone docente e discente l’uno di fronte all’altro e mai insieme in un cammino di conoscenza. Forse nell’antica Grecia i modelli erano più moderni di alcune scuole italiane. I ragazzi insegnano ai nonni come usare i computer, pur non conoscendo l’architettura di una macchina digitale, ne esplorano intuitivamente le potenzialità e ricavano i risultati cui ambiscono in pochissimi clic. Ci aspettiamo che la scuola e l’infinito mondo della formazione continua tengano conto di questa realtà e disegnino moduli di apprendimento che viaggiano alla stessa frequenza dei nostri cervelli di oggi. La cosiddetta FAD, formazione a distanza, viene trattata come se fosse assimilabile a lunghe lezioni frontali di un insegnante che ha come unico obiettivo accumulare ore di lezione a favore di allievi che hanno solo in mente di conseguire crediti formativi utili a mantenersi nelle graduatorie. Perché perdere questa incredibile occasione? Cast Edutainment ha accettato la sfida. Nella comunicazione, nella formazione, tutto contribuisce a offrire un senso alla realtà un che viviamo, sia per generare consenso da parte dell’opinione pubblica, o dei pubblici di riferimento di un’azienda, sia per accrescere il bagaglio di competenze che possono essere concretamente utilizzate nella prassi.