Come ti metto in gioco l’esperienza per trasformare il tuo cervello. Intervista a Vincenzo Russo – Parte 1

Come ti metto in gioco l’esperienza per trasformare il tuo cervello. Intervista a Vincenzo Russo – Parte 1
Febbraio 1, 2021 cast4

Da una quarantina d’anni, ormai, il cognitivismo – anche grazie allo sviluppo e alla diffusione delle neuroscienze – è diventato un approccio metodologico che dalla psicologia è passato a tutte le scienze umane. La mente è vista come un elaboratore di informazioni molto sofisticato: comprenderne il funzionamento chiarisce molti aspetti dell’esistenza di questo animale irrazionale che è l’uomo. La storia, la letteratura, l’arte, la formazione, il marketing, l’economia: il legame con la biologia è indissolubile.

Per questo motivo abbiamo deciso di parlare con il prof. Vincenzo Russo, docente di Psicologia dei Consumi e Coordinatore del laboratorio di NeuromarketingBehavior and Brain Lab” allo IULM di Milano.

Vista la varietà dei temi affrontati, abbiamo deciso di suddividere questa chiacchierata in due articoli che affronteranno questioni diverse. Perciò, settimana prossima potrete ancora approfondire queste tematiche.

Ma quindi è vero o no, prof. Russo, che, nell’uomo di oggi, i processi cognitivi stanno cambiando, sono cambiati o cambieranno?

Bisogna prima fare una distinzione. Il cervello è molto complesso. Se volessimo semplificarlo, usando lo schema che fece nel 1954 Paul MacLean, possiamo distinguere tre grandi aree. La prima è l’area del cervello rettiliano, il tronco encefalico, che ha a che fare con l’istinto, gli automatismi, la respirazione, il battito cardiaco, l’attrazione sessuale, la fame, … La seconda parte è il sistema limbico, quello che lui chiamò “il cervello mammifero”, all’interno del quale ci sono tutte quelle aree deputate alle principali emozioni: l’amigdala, che ha a che fare con l’emozione negativa, l’insula che ha a che fare con il gusto, il nucleo accubens che ha a che fare con l’esperienza positiva. Insieme all’ippocampo, che ha, invece, a che fare con la memoria. Poi c’è un’ultima parte: il cervello razionale. Diciamo pure la nuova parte del cervello.

Ecco questa suddivisione prova a rispondere alla sua domanda. La parte più antica del cervello – chiamiamola “area primaria”, formata dal cervello rettiliano e dal cervello mammifero (sistema limbico) – non è cambiata più di tanto. La parte, invece, che ha a che fare con la zona più razionale, quindi la nostra corteccia, è quella che è cambiata, perché si è ingrossata – soprattutto nella zona pre-frontale – ed è quella che ha avuto una crescita esponenziale nell’homo sapiens.

Cosa determina il cambiamento?

Oggi sappiamo che il nostro cervello è plastico e che cambia in base all’esperienza. È chiaro che vivendo in un contesto come quello attuale – in cui abbiamo molte immagini, molta rapidità, molti stimoli – la parte plastica – soprattutto legata alla zona pre-frontale, quindi nella zona appunto più razionale – si evolve, cambia continuamente. Pensi che, se per esempio prendo il cervello di un tassista londinese e lo confronto con quello di un normale guidatore… Non a caso cito il tassista londinese: vi è una ricerca fatta tra i tassisti londinesi, che avevano l’obbligo di memorizzare le strade, di fare, appunto, i percorsi senza il navigatore. Si usa ancora oggi questo tipo di metodologia per dare le licenze. L’area del cervello – dicevo – che ha a che fare con la rappresentazione grafica dello spazio, è molto più grande nel cervello del tassista londinese rispetto a un normale guidatore. Questo significa che il nostro cervello si modifica in base all’esperienza.

Questo per quanto riguarda l’aria prefrontale…

Esatto. Detto questo, il sistema limbico sempre sistema limbico è rimasto. Nel senso che oggi le neuroscienze ci dicono che, di fronte a uno stimolo, la prima parte del cervello che si attiva non è quella razionale ma quella legata al sistema limbico. E ci dice immediatamente – così come ce lo diceva migliaia di anni fa – se quello stimolo è buono o non buono. Se è buono, ci avviciniamo. Se non è buono, ci allontaniamo. Un sistema molto molto basico. Diciamo, però, che questo sistema è quello che ci permette la sopravvivenza. Di fronte, appunto, alle stimolazioni, noi ci avviciniamo perché ci piacciono. Se, invece, la stimolazione è pericolosa, allora ci allontaniamo. Tutto ciò avviene nel sistema limbico. Tanto è vero che un grande studioso che si chiama Joseph LeDoux, nel 1996, ha dimostrato che ci sono due vie che vengono attivate quando c’è una stimolazione: la via bassa, quella talamica, che attiva una ghiandola del sistema limbico, il talamo, che a sua volta dice all‘amigdala, che ha a che fare sempre con le emozioni, «Guarda, attivati perché c’è un pericolo» oppure «Avvicinati, perché è bello e buono». Questo avviene in 13 millisecondi. A 500 millisecondi, poi, il sistema talamico manda il messaggio alla corteccia celebrale, la quale dice «Aspetta, vediamo un po’ com’è la situazione… ah sì sì effettivamente è pericolosa: allontaniamoci» comunicando all’amigdala di continuare a mandare il messaggio. Oppure dice «No, guarda, non è un pericolo questa cosa, quindi calmati».

Ora, tutto questo meccanismo è un meccanismo naturale istintivo che non è cambiato. Quello che oggi è cambiato è la parte più nazionale, ma perché questa è fortemente plastica e cambia in base all’esperienza passata. Quindi dire che il nostro cervello è inamovibile è sbagliato; dire che è fermo a migliaia di anni fa è sbagliato. È giusto dire, piuttosto, che esistono diverse parti: una parte legata al sistema limbico, quella appunto che si chiama cervello mammifero, quello più antico, che è rimasta immutata. Siccome quella è la prima parte del cervello che si attiva di fronte alle stimolazioni noi siamo di fronte alle stimolazioni come lo eravamo migliaia di anni fa. Per fortuna poi c’è anche il meccanismo razionale che giustifica quello che abbiamo sentito e modifica appunto la percezione delle cose e quindi anche i nostri comportamenti.

Ora mi chiedo, però: e quelli che sono i nuovi media – e quindi nuovi stimoli –, quella che è, in altre parole, la vita nella società odierna influisce sul nostro cervello?

Certo. Come cambia? Ci sono, per esempio, delle immagini che inevitabilmente attiveranno il nostro sistema limbico. Se io metto in un sito l’immagine di un cane che ringhia e mostra i denti, a primo acchito, la prima parte del cervello che si attiva è il sistema limbico dell’amigdala che dice «Oddio, mamma, che cos’è questa roba qua?». Dopodiché interviene, appunto, la parte razionale che valuta la cosa. Ora, detto questo, che è il processo di base che ci ha spiegato Joseph LeDoux, è chiaro che oggi il nostro sistema cerebrale sta cambiando in base anche alle esperienze, perché l’esperienza che stiamo facendo è molto diversa rispetto a tanti anni fa. Se pensiamo per esempio alla nostra capacità di memorizzazione e alle esperienze che facciamo durante l’arco di una vita, è imparagonabile la quantità e stimolazione che abbiamo oggi anche rispetto solo a cento anni fa. Il nostro cervello sempre più viene stimolato. Questo facilita lo sviluppo dendritico: quindi il cervello cambia e cambia continuamente.

Se poi volessimo dire se il nostro cervello è adeguato alla nostra società?

Sì… dipende anche che tipo di cervello, però. Perché, per esempio, ci sono molti studi che dimostrano che il cervello maschile, all’origine, è meno predisposto a questa società perché è meno predisposto al multitasking rispetto al cervello femminile. I cervelli, alla nascita, sono molto diversi tra di loro; il cervello maschile rispetto a quello femminile. Quello femminile ha un corpo calloso, che unisce i due emisferi, molto più sviluppato: quasi l’11% in più. Tra l’altro, con maggiori connessioni inter-emisferiche, maggiori connessioni tra gli emisferi. Mentre nel cervello maschile ci sono molte connessioni intra-emisferiche, con alcune aree un pochino più sviluppate. Per esempio, nel sistema limbico, l’amigdala, che ha che fare con la rabbia, è più sviluppata nell’uomo; l’insula, che ha che fare con il disgusto, è più sviluppata nelle donne; la corteccia prefrontale, quella che ci aiuta a pianificare le azioni, si sviluppa prima nelle donne rispetto agli uomini. Quindi i nostri cervelli sono biologicamente predefiniti. Però attenzione: se io ho un’esperienza consistente, è chiaro che quella esperienza può modificare ciò che è biologicamente predefinito. Allora una persona che nasce con un cervello maschile può sviluppare il multitasking, perché, se la sua vita caratterizzata da esperienze e quel multitasking viene stimolato, è chiaro che, a fronte di una base biologica che è origine, diciamo, di un processo di adattamento e quindi di trasmissione di caratteristiche specifiche, poi si può modificare, appunto perché il cervello è plastico. Quindi, diciamo che se volessimo dire qual è oggi il cervello più biologicamente predisposto ad una vita come appunto quella ricca di stimolazioni, beh quello femminile è molto più predisposto rispetto a quello maschile. Ma – ripeto – questa è una banalizzazione, perché poi dobbiamo fare i conti sempre con l’esperienza personale che modifica profondamente il nostro cervello.

Quindi il cervello cambia anche durante la stessa vita di una persona?

Esatto. C’è un bellissimo libro di Norman Dodge, Il cervello infinito, che ci spiega come il nostro cervello muta continuamente base all’esperienza che facciamo. Anzi, addirittura in questo libro c’è una sequenza di esperimenti, di casi, casi particolarmente gravi, in cui un trauma cerebrale che danneggia una parte del cervello può dar vita ad una riattivazione di una particolare funzione grazie ad altre aree del cervello che si prendono carico della funzione che viene persa. Ovviamente non in tutti i casi, però diciamo che questo è possibile. D’altra parte se lei pensa a quante sono appunto le attività di fisioterapia che si fanno, per esempio, dopo l’ictus… servono proprio a fare in modo che se c’è una zona danneggiata del cervello, ce ne sono altre che possono in qualche modo prendere e diventare supporto per quella parte mancante o danneggiata.

La parola chiave, dunque, è “esperienza”. Quindi diciamo che, se vogliamo effettivamente parlare di evoluzione – dando a evoluzione un significato neutro, cioè semplicemente quello di cambiamento –, questo cambiamento lo dobbiamo interpretare alla luce dell’esperienza.

Assolutamente. Uno degli autori più importanti che si è occupato di questa tematica è Richard Davidson. Ha scritto un magnifico libro, che io suggerisco sempre agli studenti di leggere anche perché è molto affascinante. Si intitola La vita emotiva del cervello. Richard Davidson è colui che scrisse un primo paper sulla diversità di pensiero che era anche sinonimo di diversità di struttura cerebrale mettendo a confronto il cervello di un monaco tibetano e quello di un soggetto normale. Ecco, quello che lui ha dimostrato, grazie a studi che partono negli anni Settanta, è che le onde cerebrali sono diverse anche se si fanno le stesse attività e la struttura cerebrale è diversa. E allora da lì, diciamo, la maggior parte degli studi di Richard Davidson sono andati nella direzione dello studio della plasticità cerebrale. Addirittura è riuscito a costruire un modello di sei stili emotivi, dove ogni stile emotivo coincide con un certo modo di reagire alle stimolazioni ambientali. Per ogni stile emotivo è riuscito a individuare la struttura cerebrale che lo caratterizza. Faccio un esempio per capirci. Uno dei sei stili è la resilienza. la persona resiliente è colui che di fronte a una situazione critica riesce a trovare sempre una soluzione. Ora, quello che ha trovato significativo Richard Davidson è che le persone con un alta resilienza hanno la zona pre-frontale – che ha il controllo del sistema limbico, in particolare dell’amigdala – molto più sviluppata. È anche comprensibile: se devo trovare una soluzione, devo controllare il sistema emozionale, raffreddarlo e fare in modo che con la parte pre-frontale – che è quella che noi utilizziamo per pianificare azioni – pianifichiamo nuove azioni. Ora, coloro che hanno una maggiore resilienza hanno una maggiore struttura, maggiori collegamenti dendritici nel sistema pre-frontale e un maggiore controllo il sistema limbico. La cosa interessante nel libro di Davidson è che lui non solo spiega quali sono i sei stili e qual è la parte di struttura cerebrale che coincide con i sei stili emotivi. Dice addirittura di avere sviluppato uno strumento – che noi ora stiamo tarando a livello nazionale italiano – per misurare il proprio grado di stile emotivo: ognuno, in un continuum da 0 a 100, ha una quota parte di ogni stile emotivo. Lui misura con un questionario questi stili emotivi e addirittura ti dice che, se vuoi sviluppare lo stile emotivo x, devi fare alcune cose e ti dice quali cose fare. Quindi, oggi siamo arrivati al livello tale per cui, grazie alle neuroscienze, fermo restando che il nostro cervello ha delle strutture biologicamente predefinite, siamo in grado, conoscendo appunto come siamo fatti, di potere modificare in base a quello che vogliamo essere.